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Giulia Cavaliere è giornalista, critica culturale e autrice. Ha collaborato con il Corriere della Sera, Rolling Stone Italia ed Esquire, e ha pubblicato il libro “Romantic Italia. Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore”, che ha dato vita a un podcast di successo e a un programma televisivo su Sky Arte.
È anche docente di corsi di scrittura musicale e narrativa e porta nella relazione con gli studenti uno sguardo analitico, sensibile e profondamente letterario.
Nel suo insegnamento, come nella pratica professionale, Giulia esplora l’immagine, il ritmo, il significato e l’effetto delle storie che raccontiamo: che siano canzoni, testi, suoni o linguaggi visivi.
Per questo la sua voce è un valore importante per chi si forma nel mondo della moda e della comunicazione visiva: saper leggere e interpretare i codici estetici è tanto essenziale quanto saperli progettare.
Abbiamo chiesto a Giulia di raccontarci come l’immaginario e il racconto possano intrecciarsi con la narrazione estetica che è al centro del nostro Master in Fashion Styling.
Q1. Il tuo lavoro dimostra come il linguaggio venga prima dell’immagine. Per chi studia Fashion Styling, quanto è essenziale costruire una consapevolezza linguistica e culturale — che attraversi musica, letteratura e arti performative — prima ancora di pensare all’estetica?
Sono fermamente convinta della necessità di offrire a chi studia una profondità di campo, vale a dire un solido contesto culturale che possa diventare lo scenario entro cui poi operare con consapevolezza e compiere le proprie scelte lavorative più specifiche e settoriali.
Credo che sia essenziale che chi un giorno dovrà trovarsi a lavorare quotidianamente nel mondo del fashion styling, ad esempio, conosca la grammatica del linguaggio dello spettacolo, la sua multiformità ed eterogeneità, le possibilità che questa multiformità offre, solo in questo modo potrà compiere scelte precise, potrà prendere decisioni nel merito delle specifiche del settore in cui quotidianamente si troverà a lavorare, solo in questo caso riuscirà a difendere queste scelte e decisioni.
Q2. In Romantic Italia analizzi le canzoni come dispositivi narrativi che plasmano l’immaginario collettivo. Se la moda non nasce dalla moda ma da un intreccio di riferimenti culturali, che tipo di educazione all’ascolto e alla lettura del mondo dovrebbe avere uno stylist?
Dovrebbe conoscere l’ibridazione dei linguaggi, sapere che nessuna musica e nessuna forma d’arte, nessuna letteratura e nessun cinema, nessuna forma di cultura insomma vive isolata e distante dalle altre e che l’immaginario collettivo si compone di elementi distinti e fortemente connessi: i mondi si parlano, si mescolano, la contemporaneità ci chiede di ascoltare anche con gli occhi e di osservare con le orecchie ben tese.
Non ci sono confini e questo è straordinario perché apre, a chi lavora in campo culturale, un campo di cui anche la moda deve fare parte, un campionario infinito di possibilità. Arrivare a lavorare nella moda senza una salda formazione culturale significa semplicemente non avere a disposizione il materiale essenziale per lavorare.
Q3. Uno stylist lavora con immagini, ma in realtà costruisce racconti. Quanto è importante padroneggiare strumenti narrativi — ritmo, tono, contesto, citazione — per trasformare un look in un discorso culturale riconoscibile?
La moda, negli ultimi anni più che mai, ci ha mostrato un desiderio spasmodico di raccogliere, citare, restituire dunque al suo pubblico un assortimento ricco e spesso imprevedibile di storie e di mondi, elementi estrapolati dalla cultura pop ma anche dalla storia della controcultura e delle lotte, penso a titolo d’esempio ad Alessandro Michele che cita in vari capi il F.U.O.R.I., il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, durante la sfilata primavera estate 2023 di Gucci alla Milano Fashion Week.
In quell’occasione la storia politica di questa nazione è diventata uno strumento narrativo potentissimo e prospetticamente ha offerto agli stylist un materiale incandescente con cui lavorare, uno spazio di scoperta da portare nel mondo, da approfondire oltre che da citare soltanto.
Q4.Viviamo immersi in un flusso continuo di contenuti. Come si può allenare uno sguardo critico capace di distinguere tra semplice estetica e costruzione di significato, tra superficie e linguaggio?
Questa domanda ha una risposta impossibile perché purissima e il nostro mondo non è affatto puro. Hai usato però un termine chiave: allenamento. Lo studio quotidiano, il contatto costante con i contenuti e l’approfondimento su ciò che celano, aiuta a rivelare, a mostrare cosa è solido e cosa è semplicemente usato per profitto come un adesivo superficiale.
La stessa azione, per esempio, nel campo dello styling così come nell’atto di dipingere una tela, può avere una valenza profonda e radicale e una superficiale, dimostrativa, di apparenza. La moda però, così come la pittura e ogni forma espressiva, ha la possibilità di costruire non solo frasi ma interi discorsi, così facendo può dare solidità alla propria visione, alla prospettiva che ha scelto, che a quel punto non sarà più sospesa, ma potenzialmente inestirpabile, appunto radicata.
Q5. A chi si avvicina a un percorso come il Master in Fashion Styling: quanto conta coltivare una formazione culturale ampia — dalla musica alla scrittura, dal cinema alla critica — per diventare professionisti capaci di generare immaginari e non solo seguirli?
Ascoltare, leggere, scrivere per saper dare una forma piena e compiuta al proprio immaginario e alla propria progettualità sono elementi essenziali per qualsiasi tipo di lavoro che preveda l’uso della propria creatività. Non esiste creatività se non alimentiamo lo sguardo, l’ascolto, l’esperienza che quotidianamente facciamo di una moltitudine infinita di linguaggi. Non essere curiosi, non studiare, non approfondire, non dare linfa costante alla propria fantasia attraverso tutte le fantasie che hanno attraversato la storia del mondo limita enormemente le possibilità espressive e la passione per ciò che si fa.
Nel Master in Fashion Styling di Accademia Costume & Moda, i futuri professionisti imparano a gestire non solo strumenti tecnici, ma anche linguaggi, contesti e narrazioni: dalla costruzione di moodboard e servizi editoriali alla definizione di una visione estetica in grado di dialogare con la cultura visuale globale. A fianco di figure come Giulia — che guardano alla cultura pop e ai suoi codici con rigore critico — gli studenti affinano la capacità di interpretare e raccontare forme, significati e storie con consapevolezza.