Un editoriale speciale di Antonio Mancinelli sulla couture contemporanea, il tempo e la vita racchiusi nelle creazioni dei giovani designer del Master in Alta Moda, Fashion Design.
DI ANTONIO MANCINELLI

Ci si veste con il tempo di chi ha ideato, tagliato, cucito, ricamato. La couture porta questa verità fino all’estremo: settimane di vita, di concentrazione, di errori disfatti diventano qualcosa da mettere sul corpo: dentro un abito passa un’esistenza. Circa quattrocento ore per ciascun look, racconta Accademia Costume & Moda: gli undici allievi del Master Alta Moda, Fashion Design hanno presentato le loro collezioni il 27 ottobre a BASE Milano, per Fashion Graduate Italia 2026. Da questa sproporzione fra il tempo necessario a fare e quello concesso a guardare nasce la domanda: quale senso ha fare couture oggi?
«L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità», scriveva Simone Weil a Joë Bousquet nel 1942. Applicata all’abito, questa idea comporta una scelta: trattare il corpo come una presenza irripetibile, concedergli una forma che tenga conto della sua singolarità. La couture contiene questa promessa e una contraddizione feroce: tanta cura viene venduta a pochissimi. La sua bellezza rimane inseparabile dalla domanda su chi abbia diritto a riceverla. Fare couture significa allora dare forma alla nostra finitezza, con l’audacia un po’ folle di affidarne la custodia a una stoffa.
Negli atelier romani di via della Rondinella, con Santo Costanzo e il gruppo di sartoria, il pensiero incontra l’ago. Fra i lavori, Il Tempo come Cura di Francesca Sinigaglia convince per la precisione del problema: semplificare il cartamodello per riservare tempo alle lavorazioni. Nel look bianco il volume si gonfia lateralmente, mentre un intreccio azzurro trattiene la superficie e la lascia sciogliere in nastri. Il corpo sembra sul punto di uscire da una nuvola che ha studiato geometria. L’asimmetria dà una ragione alla delicatezza.
Attilio De Angelis, con Blue Neighbourhood, porta dalle Marche una nostalgia che prende consistenza nell’intreccio dei blu, nel cappuccio, nell’ampiezza dei pantaloni. Il ricordo domestico acquista una scala inattesa: si esce di casa portandone addosso il cielo.
Giovanna Bifulco, in Appartengo, torna invece ai guardaroba dei nonni, alle stampe da tradurre in ricamo, alle proporzioni smisurate dell’infanzia. Qui la tenerezza dovrà difendersi dal rischio del souvenir. La memoria interessa quando modifica il presente; la venerazione dei ricordi tende a imbalsamarlo.
Walter Benjamin, in Sul concetto di storia, vedeva nella moda «il balzo di tigre nel passato». E precisava che quel salto avviene nell’arena comandata dalla classe dominante. Il richiamo calza a Le Carrousel Vert di Vincenzo Ferriero, ispirato alla persecuzione omosessuale dei Balletti Verdi del 1960. La veletta, i guanti verdi, il volume nero aperto sul completo introducono un’allucinazione nella rispettabilità. La teatralità mette in attrito il cerimoniale dell’eleganza e la violenza che quella rispettabilità ha coperto. Il rischio dell’illustrazione storica rimane: una collezione deve reggere anche senza la protezione della propria didascalia.
È questa la prova esigente per una couture giovane: dare necessità all’eccesso. Ogni volume deve guadagnarsi il proprio spazio, ogni ricamo meritare le ore che pretende. Una collezione di diploma ha diritto all’azzardo, persino a un certo sublime cattivo gusto. La maturità viene dopo. Purché l’industria le conceda il tempo di arrivare: aspettarsi dai ragazzi una voce personale e poi assumerli per eseguire docilmente quella altrui sarebbe una pedagogia da ventriloqui. Il tema della manifestazione, Speak Up!, invita a parlare. Alle imprese spetta ascoltare anche ciò che questi abiti domandano in silenzio: continuità, fiducia, lavoro pagato. La cura celebrata sulla pelle di chi compra deve raggiungere le mani di chi cuce. Questi ragazzi hanno già consegnato agli abiti una parte della loro vita. La moda adulta abbia almeno il buon gusto di rispettare il resto.